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GLI INTERVENTI DI PREVENZIONE IN RELAZIONE ALLA POPOLAZIONE TARGET

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Il concetto di prevenzione racchiude, in se, numerose sfaccettature. Un ulteriore modello di classificazione della prevenzione, rispetto a quanto già trattato in un precedente articolo, prevede la suddivisione degli interventi in riferimento al destinatario e distingue la prevenzione in universale, selettiva e indicata.

La prevenzione universale è rivolta alla popolazione in genere, che comprende tutte le sfere sociali, dalla nazione alle scuole, alle famiglie. Lo scopo di tali azioni è quello di evitare, o ritardare, l’uso delle sostanze, compresi l’alcol e il tabacco. Date queste premesse, anche la prevenzione universale, come quella primaria, è maggiormente rivolta ad una popolazione giovanile in generale e, nel caso in questione, non viene operata nessuna distinzione in termini di vulnerabilità o comportamenti a rischio del gruppo target. Lo scopo di tale prevenzione è utilizzare strategie che si possano attuare facilmente su grande scala, cercando di mirare al maggior numero di fattori di rischio e di influenzare le diverse variabili, in modo più completo e trasversale possibile, per potenziare le risorse personali.

La prevenzione selettiva è diretta, invece, a gruppi definibili come vulnerabili, o anche a quei contesti sociali dove è più probabile lo sviluppo di comportamenti a rischio. In questo caso, è l’intero sottogruppo sociale ad essere considerato vulnerabile, non più solo la singola persona: il dato rilevante è esclusivamente l’appartenenza della persona ad un contesto “patogeno”. È possibile, quindi, che nello stesso sottogruppo possano essere presenti sia persone che hanno consumato droghe sia persone che non ne abbiano mai fatto uso: entrambe sono esposte al rischio potenziale di sviluppare un comportamento dipendente.

La prevenzione selettiva si riferisce a strategie rivolte a specifici gruppi che, più di altri, rischiano di sviluppare problemi legati alla tossicodipendenza. Proprio per tale ragione, gli interventi sono indirizzati all’intero gruppo, indipendentemente dal grado di rischio di qualsiasi persona che appartiene ad esso, del quale devono essere tenute in considerazione sia le peculiarità che i bisogni. È da sottolineare che quando si parla di gruppi “vulnerabili” non s’intendono solo le persone che hanno la necessità di un trattamento: l’appartenenza ad un gruppo a rischio non implica, necessariamente, lo sviluppo di un comportamento problematico. Anche in questo caso, quindi, giocano un ruolo fondamentale i fattori di protezione e, soprattutto, le corrette strategie di coping per imparare a gestire i fattori di rischio.

La prevenzione indicata, invece, è focalizzata sulla singola persona ed, in particolare, è rivolta a quelle persone cui è stato riconosciuto un alto rischio di sviluppare un disturbo patologico.

Lo scopo della prevenzione, dunque, è quello di incrementare i fattori protettivi e diminuire la vulnerabilità della persona. La necessità emergente in tale campo è quella di superare la concezione della dipendenza intesa come il risultato di un rapporto causa-effetto tra cause prime e sviluppo della tossicodipendenza: il rapporto tra i fattori di vulnerabilità/protezione e l’assunzione di sostanze non può essere considerato come un rapporto lineare, ma occorre tenere in conto la molteplicità delle variabili in gioco. Come espresso anche dalla prevenzione universale, si dovrebbe spostare l’attenzione ai bisogni della popolazione generale e non solo ai rischi di devianza, tendendo ad una visione dell’uomo che consideri anche i contesti di interazione sociale, quali la famiglia, i gruppi, la società e, in generale, la cultura.