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CONOSCERE GLI INTERVENTI DI PREVENZIONE NELLA CURA DELLE DIPENDENZE PATOLOGICHE

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Se volessimo proporre una definizione condivisa del concetto di prevenzione, incapperemmo in notevoli difficoltà. Generalmente, essa è intesa come l’insieme delle attività che mirano ad evitare l’insorgere o la diffusione di accadimenti dannosi, attraverso un percorso educativo che abbia come obiettivo sia la salvaguardia della singola persona che dell’intera comunità. In generale, fare prevenzione significa favorire cambiamenti personali, sia sociali che situazionali, al fine di evitare la nascita di comportamenti devianti, nonché per difendere e promuovere il benessere psicofisico e sociale dei soggetti di una comunità. Tali cambiamenti servono per allontanare i fattori di rischio e rafforzare le potenzialità della persona. Per questi motivi, occorre sottolineare come l’efficacia delle attività di prevenzione sia proprio legata alla centralità della persona ed alla chiarezza dei cambiamenti che si vogliono generare.

Procedendo con una distinzione in base alle finalità dell’intervento, con il termine “prevenzione primaria” si intendono gli interventi finalizzati a evitare l’espansione di un fenomeno, considerato pericoloso, verso fasce di popolazione ancora indenni. L’obiettivo è quello di ridurre il numero di persone che potrebbero sviluppare un comportamento dipendente attraverso attività sulla popolazione sana. Oltre ad agire sulle cause di un determinato comportamento, la prevenzione primaria mira a valorizzare le situazioni che ne prevengono o ritardano l’insorgere, soprattutto nel campo delle dipendenze patologiche. La prevenzione primaria serve, dunque, ad evitare che il problema si verifichi e, al contempo, a migliorare la qualità della vita della comunità cui si rivolge fornendo, alla popolazione, abilità e competenze strutturate cosi da evitare o ridurre i comportamenti a rischio.

La prevenzione primaria viene suddivisa in proattiva e reattiva. La prima cerca di individuare ed eliminare i possibili fattori di stress o di rischio, i quali potrebbero portare al comportamento deviante; la seconda, invece, cerca di incrementare le strategie di “coping” delle persone, facendo leva sui fattori di protezione, in modo da potenziare le strategie educative e formative, per far fronte alle sfide quotidiane. La maggior parte dei progetti di prevenzione primaria è, generalmente, rivolta agli adolescenti ed ai giovani, i quali risultano essere i soggetti più vulnerabili e più esposti ai fattori di rischio, proprio in virtù della fase del ciclo vitale in cui vivono.

 

La “prevenzione secondaria”, invece, è finalizzata alla diminuzione della prevalenza di una malattia o di un problema sociale, agendo in modo da ridurne la durata e l’evoluzione, allo scopo di attenuare gli effetti dannosi prodotti dalle sostanze stupefacenti o dal comportamento oggetto dell’intervento preventivo. Inoltre, serve a fornire aiuto alle persone, alle categorie e ai gruppi presenti nella società. L’obiettivo, dunque, è intervenire sul problema in corso di sviluppo, prima che questo abbia manifestazioni cliniche. Nel caso delle dipendenze patologiche, la prevenzione secondaria serve ad evitare che le persone entrate in contatto con le sostanze diventino dei consumatori abituali. Infatti, tali attività si rivolgono a coloro i quali hanno già assunto un comportamento a rischio e tentano di ridurne le conseguenze negative, contenendo l’escalation verso la dipendenza e facendo leva sull’autocorrezione.

La prevenzione terziaria, infine, tra i suoi destinatari, ha coloro che hanno sviluppato della recidiva di una malattia o problematica, o come tentativo di limitare i sintomi e le conseguenze di una patologia manifesta sotto il profilo clinico. È un tipo di prevenzione di stretta connessione con la cura e, in questa, rientrando tutti gli interventi mirati a diminuire la cronicità, cosi da ridurre i sintomi e i deficit funzionali conseguenti alla tossicodipendenza. L’obiettivo, quindi, è la prevenzione delle ricadute per evitare la cronicizzazione.