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UNO STUDIO DELL’UNIVERSITA’ DI DUSSELDORF CONFERMA CHE SI PUO’ MORIRE A CAUSA DEI CANNABINOIDI

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Lo scorso 14 febbraio, la rivista Forensic Science International ha pubblicato uno studio dal titotlo “Sudden unexpected death under acute influence of cannabis”. Il contributo scientifico, prodotto dal Prof. Benno Hartung in collaborazione con alcuni colleghi, riguarda l’analisi autoptica su 15 morti sospette collegate all’uso di cannabis. Lo studio assume un valore attuale anche in virtù della recente scoperta, da parte di un coroner inglese, della morte di una giovane madre di 31 anni per intossicazione acuta di cannabinoidi.

Lo studio del Prof Hartung, dell’Ospedale Universitario di Düsseldorf, si è articolato in una serie di test – come autopsie, esami tossicologici, esami istologici degli organi e test genetici – finalizzati ad escludere ogni ulteriore possibile causa di morte se non quella collegata all’uso di cannabinoidi.

 

Dei 15 casi esaminati, due morti non possono essere attribuite a nulla altro se non ad un’intossicazione da cannabinoidi: entrambi i casi registrano una morte per aritmia cardiaca. I due uomini avevano elevati tassi di THC (tetraidrocannabinolo) nel sangue, fatto che evidenzia l’assunzione di cananbinoidi prima del decesso. Inoltre, dalle cartelle cliniche dei defunti non sono emersi né problemi cardiovascolari né predisposizioni genetiche che possano aumentare il rischio di disturbi cardiaci.

A differenza di altri studi su decessi legati all’uso di sostanze stupefacenti, dove la marijuana agiva in maniera congiunta rispetto alle altre sostanze, questo studio, attraverso l’esclusione di ogni possibile ulteriore causa di morte, pone di fronte ad un terreno su cui continuare ad investigare per comprendere al meglio la pericolosità di tale sostanza, in quanto non è ancora chiaro come faccia, la cannabis, a determinare tali aritmie cardiache fatali. Nonostante gli episodi siano in numerosità inferiore rispetto ai decessi collegati all’assunzione di altre sostanze, come l’eroina o l’alcol, tali scoperte confutano l’affermazione di uso comune per cui “nessuno è mai morto per una canna”, frase spesso utilizzata per paragonare gli effetti dei cannabinoidi rispetto ad altre sostanze, legali o illegali. Analogamente, anche alle Istituzioni spetta il compito di aggiornare la propria letteratura: infatti, un report del 2011 del Dipartimento della Salute del Regno Unito affermava che non ci sono mai stati casi registrati di overdose legate al consumo di marijuana.

Allo stato attuale, quello che desta maggiormente apprensione sono gli effetti a lungo termine, soprattutto quelli legati all’assunzione in età adolescenziale ossia quelli prodotti sui cervelli in formazione: l’aumento del rischio di schizofrenia, depressione e la riduzione del quoziente intellettivo.

Tali preoccupazioni sono in linea rispetto a quanto emerso dall’analisi della percezione del fenomeno dei cannabinoidi contenuta nella ricerca “Minerva”, condotta dall’Agenzia Capitolina sulle Tossicodipendenze in collaborazione con l’Università “Sapienza” di Roma. Tra i giovani di età compresa tra i 14 ed i 30 anni, vi è una tendenza diffusa a non considerare la cannabis come una sostanza che provochi dipendenza (82%): solo il 18% del campione ritiene che possa dare dipendenza fisica (7%) o psicologica (11%). Inoltre, poco più di un quinto del campione (21%), ritiene che fumare cannabinoidi abbia degli effetti positivi riconducibili, soprattutto, al rilassamento (45%) ed al sollievo dall’ansia e dallo stress (28%).

Per tali motivi, appare opportuno sviluppare una rete di informazione capillare che, in maniera integrata, riesca ad intervenire sui giovani ed a monte del problema: l’unione dei Servizi di Prevenzione nelle Scuole, dei Servizi di Promozione di Stili di vita sani e dei Servizi di Prevenzione sul Web permettono di creare un sistema virtuoso in cui i giovani possano vivere l’esperienza dell’agio come alternativa al disagio, affinchè possano crescere e vivere una vita libera da ogni dipendenza.