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La lotta all’HIV passa dall’educazione sessuale: prevenire è meglio che curare.

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La lotta al virus dell’HIV non si ferma solo alla giornata mondiale del 1 Dicembre. Il rischio contagio rappresenta, ogni giorno, una possibile minaccia per la salute della persona. Dall’analisi dei dati pubblicati, a fine novembre, dal Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (ECDC) e dall’Organizzazione mondiale della Sanità (WHO), nel 2012, si sono registrate più di 131.000 nuove infezioni in Europa, con un incremento dell’8% (+10.000) rispetto all’anno precedente.

Dai dati, emerge che la diffusione del virus è rimasta pressoché costante nei paesi dell’Unione Europea con solo + 1%, per un totale di 29.000 casi accertati, mentre è cresciuta del 9% nei paesi dell’est europeo e dell’Asia Centrale, con oltre 102.000 persone affette da HIV. Se consideriamo l’intera Eurasia, ai 55.000 nuovi contagi dell’Europa, vanno aggiunti i circa 76.000 nuovi casi segnalati dal Servizio Federale di Statistica della Federazione Russa. Inoltre, particolarmente interessanti sono i trend evidenziati dalle due organizzazioni: Mentre nei paesi dell’UE, dal 2006 al 2012, i casi di AIDS sono diminuiti del 48%, nei paesi dell’Est e dell’Asia Centrale sono aumentati del 113%. Tale discrasia si spiega, secondo le autorevoli fonti, con la mancanza di misure di prevenzione e di terapie antiretrovirali.

 

È notizia di questi giorni che, secondo il Centro per il Controllo e la prevenzione delle malattie (CDC), anche negli USA le giovani generazioni sono fino a 4 volte più a rischio, rispetto al resto della popolazione, per quanto riguarda le malattie sessualmente trasmissibili. Inoltre, il Centro stima, ogni anno,  circa 20 milioni di nuove infezioni sessualmente trasmissibili, con un costo diretto, per il sistema sanitario nazionale, di oltre 16 miliardi. Allo stesso modo, in Canada, il Consiglio per l’informazione e l’educazione sessuale ha evidenziato come circa il 50% dei giovani studenti delle superiori non usi il preservativo.

 

In questo modo si delinea un quadro abbastanza chiaro: la lotta all’AIDS, come per le altre malattie sessualmente trasmissibili, necessita di interventi di prevenzione mirata nelle scuole. Un rapporto dell’Istituto Guttmacher, nel 2012, evidenzia che le “High Schools” americane hanno predisposto, nel 90% dei casi, programmi finalizzati alla promozione dell’astinenza e alla conoscenza delle malattie sessualmente trasmissibili mentre solo il 60% degli istituti intervistati ha predisposto interventi sui dispositivi di contraccezione, come l’uso del profilattico.

Per controllare al meglio il fenomeno, sul territorio di Roma Capitale, sarebbe opportuno creare un sistema di monitoraggio capillare e diffuso che tenga conto delle dinamiche di contagio e diffusione del virus. Attraverso la raccolta di dati statistici, sia tra la popolazione che usufruisce direttamente o indirettamente dei servizi rivolti ai tossicodipendenti con problematiche di AIDS sia all’interno delle categorie ritenute a rischio contagio, è possibile ottenere una mappatura specifica del fenomeno, riconoscendo le aree di maggiore criticità con la possibilità di predisporre misure specifiche e calibrate alle esigenze.

Introdurre degli interventi di promozione mirata nelle scuole, per le fasce d’età 15-25, permetterebbe, sin dall’adolescenza, una maturazione sessuale consapevole dei rischi e dei pericoli connessi al mancato uso del preservativo. Analogamente, formare degli opinion leaders consapevoli, grazie all’approccio della peer education, permette una diffusione capillare di un messaggio di vita e di salute che i giovani tendono a considerare, sempre più, con distacco. Predisporre dei momenti d’incontro in cui anche i più timidi possono confrontarsi con i propri coetanei, lontano dall’imbarazzo che potrebbe scaturire dal parlarne con i genitori o con altri adulti, permetterebbe di bloccare sul nascere le occasioni di contagio, riducendo progressivamente il numero delle nuove infezioni. Analogamente, una rete integrata di interventi di prevenzione ed interventi sanitari permetterebbe un notevole risparmio per i conti pubblici: anche in questo caso, “prevenire è meglio che curare”.