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In Svezia si chiudono carceri: è possibile in Italia ?

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È notizia di questi giorni che il governo Svedese ha deciso di chiudere 4 carceri perché, negli ultimi 10 anni, il numero dei detenuti è andato progressivamente decrescendo. Il tema è di particolare rilevanza in quanto, anche in Italia, il dibattito politico si è fermato, spesso, sulla situazione delle carceri. La notizia sembra essere particolarmente scottante in prospettiva italiana, soprattutto in assenza di una lettura più approfondita della situazione svedese e senza un approccio scevro da demagogie sul contesto italiano.

Il “fantastico risultato” raggiunto in Svezia, dati alla mano, è il frutto di pene meno severe sia per i reati collegati agli stupefacenti, sia per i crimini violenti, molto spesso puniti con misure alternative alla detenzione in carcere. Appare evidente che, con una legislazione che permette un effettivo sistema alternativo alle carceri, queste si spopolano e, perciò non depauperano per le casse pubbliche. Tutto questo, però, non è di per se sufficiente.

 


Anche in Italia, la legge prevede una depenalizzazione dei reati connessi all’uso degli stupefacenti, puniti con sanzioni amministrative e, ai sensi dell’art. 94 della legge Fini-Giovanardi, prevede anche l’affidamento in prova per tossicodipendenti ed alcoldipendenti che ne facciano richiesta: a questi  è consentita la possibilità di partecipare ad un programma di recupero. Questa impostazione, si sposa perfettamente con la finalità rieducativa della pena che permette, a chi ha sbagliato, di migliorare se stesso ritornando, da uomo nuovo, nella società a cui ha arrecato danno.

 

Stando ai dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, il reato per il quale è ristretto il maggior numero di detenuti, in Italia, è quello di produzione e spaccio di stupefacenti. Per tali fattispecie sono recluse ben 23.094 persone (dati al 30 Settembre) su 64.758 detenuti, pari al 35 % del totale. Da un’analisi più approfondita, però, emerge che il sovraffollamento delle carceri non dipende dalle norme sulla droga: risulta che solo 2.613 soggetti hanno fatto effettivamente richiesta di usufruire di quanto previsto dall’Art. 94 e che l'81,8%, ossia 2.137 soggetti, hanno presentato i requisiti idonei. Di questi, infine, solo 881 hanno ottenuto la pena alternativa con esiti positivi. La domanda sorge quindi spontanea: a cosa dobbiamo questa discrasia? La risposta è prettamente di natura finanziaria: il governo centrale non dispone dei fondi necessari per coprire le rette dei tossicodipendenti che chiedono di andare in comunità. Il dato paradossale è che il costo medio di un detenuto nelle carceri italiane è di € 130 mentre la retta media delle comunità, arrotondata per eccesso, non supererebbe i € 40, con un risparmio, per le casse dello stato, di poco inferiore al 70%.

Analogamente, un sistema di pene alternative completo tiene in considerazione anche il Lavoro di Pubblica Utilità. Questo consiste nella prestazione di attività non retribuita a favore della collettività, da svolgere presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni o presso enti e organizzazioni di assistenza sociale o volontariato, individuati attraverso apposite convenzioni . Il Lavoro di Pubblica Utilità è previsto, nel sistema penale, dal decreto legislativo n.274/2000. Esso può essere applicato, dall’autorità giudiziaria, come pena sostitutiva dell’arresto e dell’ammenda in diverse ipotesi. Attualmente, ne possono usufruire gli imputati per i reati di produzione, traffico e detenzione illecita di sostanze stupefacenti di lieve entità, quando non può essere concesso il beneficio della sospensione condizionale della pena; gli imputati per i reati di cui agli artt. 186 (guida in stato di ebbrezza) e 187 (guida sotto l’effetto di stupefacenti) del Codice della Strada, sempreché non abbiano provocato un incidente stradale o non abbia già prestato lavoro di pubblica utilità in passato.

La generalizzazione di questa pratica di recupero e rieducazione della persona apporterebbe numerosi benefici all’intera collettività: alla persona permetterebbe di rimediare al danno sociale derivato dall’uso delle droghe con attività finalizzate all’acquisizione di consapevolezza, all’educazione ed alla cura; alla Pubblica Amministrazione di beneficiare dell’esperienza e della conoscenza di persone terze agli uffici amministrativi, integrandone la visione e la capacità di analisi.

L’Agenzia Capitolina sulle Tossicodipendenze, Istituzione di Roma Capitale, grazie al protocollo attivato con la Cooperativa Sociale P.I.D. (Pronto Intervento Disagio), ha messo a disposizione le proprie strutture per ospitare i lavoratori di pubblica utilità. Nel caso specifico dell’ACT, questa si configura come un’attività altamente formativa nel campo della prevenzione e del disagio, ossia in quei motivi che hanno portato ad incorrere nel procedimento penale.

Particolarmente significative appaiono le storie di Patrick e di Lorenzo, due giovani che, per motivi diversi, hanno intrapreso il percorso messo a disposizione dall’Agenzia, di cui è possibile trovare testimonianza sul nostro canale Youtube. In questo modo, il percorso svolto in Agenzia permette di diventare veri e propri agenti di prevenzione, di migliorare in termini di benessere e in senso etico il proprio stile di vita e di acquisire nuove competenze, certamente spendibili sul mondo del lavoro.

Attraverso questa prospettiva, pare evidente che le leggi in vigore, se applicate, funzionano bene. Gli strumenti  normativi sono già in essere ed andrebbero potenziati, insieme a uno sforzo comune per dare alle strutture pubbliche e alle comunità terapeutiche mezzi e risorse necessarie per il lavoro di recupero dei tossicodipendenti. Le strumentalizzazioni sulla detenzione dei tossicodipendenti sono pericolose e minano alla base la motivazione al cambiamento, verso una vita libera da tutte le dipendenze.