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Le stanze del buco a Copenhagen

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Copenhagen è una città molto esposta all’uso di sostanze stupefacenti: le autorità locali, infatti, stimano circa 8000 utenti tossicodipendenti attivi, concentrati nelle zone del centro cittadino. Per poter ovviare a questo problema, circa un anno fa, nella Capitale della Danimarca, ha aperto la prima “Drug-Consumption Room”, una “stanza del buco” dove gli assuntori di eroina possono consumare la propria dose in un ambiente al riparo da occhi indiscreti, come alternativa all’uso in strada. Il servizio fornisce aghi sterili, un tavolino e sorveglianza infermieristica, in caso di overdose. I tossicodipendenti portano la droga dall’esterno ma, nei quartieri vicino alle sale, la polizia non può perseguire il reato in virtù della deroga ottenuta dal Governo danese pur rimanendo, tale sostanza, illegale.

Il progetto, inoltre, prevedeva l’apertura di un secondo centro ad agosto e di un terzo centro il prossimo anno. L’obiettivo desiderato, stando alle loro dichiarazioni, sarebbe quello di procedere con l’inserimento dei tossicodipendenti attivi all’interno dei percorsi di riabilitazione ma, per salvare una vita dalla tossicodipendenza ed auspicare ad un cambiamento, non basta permettere alla persona di iniettarsi eroina nelle vene. Si tratta un vero e proprio paradosso per cui si ambisce a recuperare una persona proponendo, in maniera più comoda ed allettante, lo stesso schema cognitivo, generato da un processo di apprendimento legato ad un malessere che ha portato al consumo delle sostanze, dimenticando che quello schema non potrà mai produrre niente altro se non lo stesso malessere che lo ha generato e che, necessariamente, ne genererà ancora.

 

Concentrare i tossicodipendenti in un ambiente dove possono assumere eroina accanto ad altri tossicodipendenti non significa, per caso, pensare di poter salvare una persona in crisi attraverso l’esempio proveniente da un’altra persona che vive la sua stessa condizione? Il risultato consiste in due persone che si drogano pensando solo a come lenire, qui ed ora, le sofferenze indotte dall’astinenza dalla sostanza, rincorrendo il “benessere” chimico dato dalla droga. Analogamente, concentrare i consumatori in un luogo aumenta anche la possibilità, per gli abitanti dell’area, di incorrere nelle sostanze con un possibile effetto moltiplicatore in termini di utenti tossicodipendenti attivi.

 

Dal punto di vista terapeutico, infatti, per uscire dall’incubo della droga, occorre essere convinti e fortemente motivati, scegliendo consapevolmente di provarci con una forte consapevolezza di se e degli effetti negativi, diretti ed indiretti, delle sostanze. Il coraggio che un tossicodipendente deve mettere per andare oltre la droga non è minimamente paragonabile allo stimolo che questo ha verso l’assunzione delle sostanze. Se un sistema di servizi pone la persona di fronte ad una scelta, per la sua natura umana, appare evidente che questa, vivendo una condizione critica di autostima, propenda per la soluzione più accomodante e meno dolorosa, tenendo conto anche della sensazione di benessere momentaneo provocata dalla sostanza stessa. Questa “scorciatoia”, riproponendo lo schema della droga, vanifica lo sforzo necessario per instradare il tossicodipendente verso un percorso di recupero che, seppur difficile e doloroso, rimane l’unica via da percorre per ritornare alla vita, libero dalle droghe.

Per permettere ad una persona di disintossicarsi e passare dai servizi a bassa soglia ai servizi ad alta soglia, occorre fissare uno step intermedio, in cui avviene la disintossicazione, per facilitare il processo di recupero e procedere in maniera più efficace verso la cura. Contrariamente a quanto fatto a Copenhagen, Roma Capitale ha introdotto, per la prima volta con il Nuovo Quadro dei Servizi Cittadino, i servizi a soglia intermedia, finalizzati al raggiungimento della condizione drug-free e ad offrire orientamento, alla persona, verso un percorso strutturato presso strutture di riabilitazione ad alta soglia. Tali Servizi sono capaci di operare con un approccio strutturato, adeguato, flessibile e calibrato sulla base delle caratteristiche individuali di ciascun utente, oltre alla realizzazione di attività di orientamento ed eventuale invio ad altre realtà riabilitative operanti nell’ambito delle tossicodipendenze, al fine di facilitarne il percorso di cambiamento. In questo modo, si riesce a portare la persona in una condizione drug-free e, facendo leva sulle motivazioni al cambiamento, lo si indirizza verso un percorso di cura finalizzato al pieno reinserimento socio-lavorativo. Appare evidente come la possibilità di sperimentarsi nella fase di cura diventi tanto più efficace quanto più la persona abbia avuto modo di rafforzare le proprie motivazioni e decidere, in prima persona, di voler raggiungere la libertà dalle dipendenze.

Fornire facilitazioni per drogarsi distoglie risorse preziose utili ad evitare che avvenga il contatto con le sostanze o, nel caso dei tossicodipendenti attivi, ad implementare appositi servizi in grado di fare leva sulla motivazione al cambiamento. Un ambiente in cui è possibile continuare ad assumere droga e dove la polizia non può applicare le leggi contro gli stupefacenti rischia di creare solo una zona franca, inutile ai fini del recupero e del reinserimento socio-lavorativo.